STEFANO PENDOLA

pendolaDa Luca Fantini riceviamo e pubblichiamo

In relazione al ricordo di Stefano Pendola, mancato in Trentino pochi giorni fa, mi permetto di integrare le parole del buon Brigati con alcune considerazioni personali che ad altro non ambiscono se non delineare meglio i contorni di una persona, per sua stessa definizione, indescrivibile.

E in effetti lo era davvero, indescrivibile, il caro Stefano.

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo, in particolar modo se ciò è avvenuto nell’età della maturazione delle coscienza, come la mia, non può che conservarne una cicatrice indelebile. Stefano non era una persona comune. Era una sorta di “stampo” che, in maniera del tutto inconsapevole, ti faceva pian piano assumere la forma dei suoi pensieri, anche di quelli contro cui, paradossalmente, combattevi. Questo perché alla fine, in fondo, arrivati al nocciolo della questione, ti rendevi conto che aveva ragione lui. Eccome se ce l’aveva. Era un groviglio di contraddizioni e di confusioni, bisogna ammetterlo; nei dettagli e nelle “sovrastrutture” poteva essere criticato ma lo sapeva. Ne era sornionamente consapevole ma, credete, non era affatto un problema per lui. Le suppellettili, le apparenze, la fenomenologia quotidiana non sono un problema per chi è sostenuto dalla sua vera essenza e, in ogni momento, tiene ben salda la barra del timone verso l’approdo di un ideale universale. E’ stato definito “socialista ma con proprie idee”, quasi a classificare il socialismo come qualcosa da cui sarebbe meglio distaccarsi un po’. Io non la penso così. Anzi ritengo, se mai, più vero il contrario: Stefano aveva ideali d’acciaio e tali ideali potevano forse inquadrarsi nell’universo socialista, il quale, all’epoca, magari lo rappresentava meglio di altri ma, più semplicemente, potevano anche riassumersi nel suo disarmante modo di vedere il mondo: si può stare bene solo se stanno bene anche gli altri. Tutti gli altri. Sì, tutti”.Questo era Stefano.

Con e grazie a lui ho scoperto Eco, Esher, Bach, Meliville, Tarantino, Cervantes, Guccini…; si parlava di vino, di grappa, di alambicchi, di griselle (la scalette di corda dei velieri di una volta) e dei relativi modi di intrecciarne i nodi, di culi di donna e di politica, di fisica e metmpsicosi, di Freud e di Dinamite Bla. E sempre nell’ovattata oscurità delle retro vie, mai in primo piano, mai sotto i riflettori.

Le nostre tane erano la camera dei Volontari del Soccorso, dove abbiamo trascorso centinaia (se non migliaia) di giorni e notti, oppure i locali dei centri storici (“non sul lungomare”, diceva, “troppo in vista, troppo luminoso, troppo chiassoso”), a sorseggiare brandy o bourbon con la sua immancabile cicca di sigaretta in bocca.

Non so quante persone abbiano avuto l’occasione, come la mia, di esser state plasmate (sempre inconsapevolmente, lo ripeterò all’infinito) dalla potenza di Stefano, ma so che sono tante. Ciascuna di esse lo porterà dentro per sempre e, in alcuni casi, lo saprà tramettere agli altri perché, non è retorica ma Stefano vive. E’ qui con me mentre scrivo ed è in molti di voi che state leggendo. Stefano vive: ed è questa consapevolezza, confesso, l’unico vero lenimento alla strana sensazione di essere diventata orfana che una parte della mia coscienza ha provato quando è giunta la fatale notizia dal Trentino.

Grazie per l’opportunità.

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